“Il cavaliere inesistente” di Italo CALVINO

Oggi vorrei parlare di un romanzo che ho riletto poco più di un anno fa. A volte trovo difficile leggere per una seconda volta un libro, anche quelli che mi sono piaciuti molto. “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino, invece, l’ho riletto con piacere.

L’ambientazione è storica, con elementi fantastici. Ci troviamo tra le truppe dell’esercito di Carlo Magno, impegnate in guerra contro i mori. Tra i suoi paladini scintilla un’armatura bianca e pulita, è quella di Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez. Segni particolari: non esiste, la sua armatura è vuota. Egli è tenuto in vita solo dalla sua forza di volontà, dalla sua dedizione alle regole, dal suo essere paladino di Francia. Infatti, nel corso della storia, quando sarà messo in discussione il suo rango di cavaliere, egli dovrà cercare di riaffermarlo con tutte le sue forze per non dissolversi. In questa avventura, Agilulfo, è accompagnato dallo stralunato Gurdulù e dal giovane Rambaldo. Gurdulù è uno strampalato che Carlo Magno gli affida come scudiero dopo una visita a un villaggio e che, al contrario del cavaliere, c’è ma non sa di esserci. Rambaldo è un giovane che arruolatosi nell’esercito per vendicare la morte del padre per mano dell’argalif Isoarre, finisce per ardere d’amore per la bella guerriera Bradamante, la quale però è innamorata di Agilulfo.

La storia è raccontata in terza persona da una misteriosa suor Teodora. Il linguaggio dell’autore è semplice e diretto, arricchito da termini medioevali per rendere palpabile l’ambientazione storica. Le scene, anche quelle di guerra, sono goffe e surreali, raccontate con ironia e molti spunti di riflessione.

Troviamo, infatti, molti argomenti che sono ancora attuali, nonostante sia un romanzo di oltre mezzo secolo fa. Parlando del medioevo Calvino scrive questa frase: “Era un’epoca in cui la volontà e l’ostinazione d’esserci, di marcare un’impronta, di fare attrito con tutto ciò che c’è, non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla – per miseria o per ignoranza o perché invece tutto riusciva loro bene lo stesso – e quindi una certa quantità ne andava persa nel vuoto”.

Non trovate forse delle analogie con la realtà odierna? La nostra società si tiene in vita con molte apparenze, trascura i propri valori, dando più importanza al superfluo che al necessario.

Marco

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