“Don Camillo” di Giovannino GUARESCHI

Le opere di Giovannino Guareschi sono troppo spesso dimenticate quando si parla dei grandi classici della letteratura italiana. Non le troviamo mai a scuola nel programma di lettere. Io, invece, le ho sempre trovate di una rara originalità. Ho persino inserito Guareschi come autore nella tesina di italiano della maturità (ormai sono passati diversi anni, ma lo ricordo con piacere).

“Don Camillo” è il libro simbolo della produzione dell’autore che dà inizio al ciclo di “Mondo Piccolo”. Un romanzo a episodi composto da tanti piccoli racconti, usciti dapprima sulla rivista “Candido” e poi riuniti come capitoli in un libro unico dall’editore Rizzoli nel 1948. Le vicende, note ai più grazie ai capolavori cinematografici, narrano delle aspre battaglie politiche del secondo dopoguerra, in un paesino non specificato della bassa parmense, con protagonisti il parroco Don Camillo, il sindaco Peppone e il Cristo crocifisso. Don Camillo è l’arciprete del paese, orgoglioso e burbero, sempre in lotta con i soprusi dei “rossi”, ma guidato nelle sue azioni e corretto nei suoi errori dalla voce del Cristo dell’altare maggiore. Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, è il meccanico del paese, capo dei comunisti, divenuto sindaco alle ultime elezioni. Testardo e ingenuo, amico e nemico di Don Camillo trova sempre un punto di incontro con quest’ultimo per il bene della gente, non senza passare da dispetti e ripicche dettate dalla faziosità politica.

Lo stile dell’autore è più ricercato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Lui stesso dice di utilizzare un lessico molto semplice (“io, nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole”), ma poi leggendo si capisce che il linguaggio è molto curato. La sua carriera di scrittore è nata forse per caso: facendo il cronista stava in giro da mattina a sera in bicicletta a cercare fatti da raccontare, ma poi conobbe una ragazza che impegnò molto i suoi pensieri e si ritrovò alla sera a inventare fatti di cronaca per riempire il giornale. Questi fatti fantasiosi ebbero molto successo fra i lettori, perché erano “più verosimili di quelli veri”. È questo lo stile che troviamo in “Don Camillo”: fatti di cronaca inventati che un po’ prendono e un po’ danno al vero.

Leggere queste storie o guardarle attraverso i film mi ha sempre trasmesso un grande senso di sicurezza, di conforto. Forse perché raccontano di gente divisa dall’ideologia, ma unita nella ricostruzione. Di nemici, che diventano amici di fronte alle avversità. Perché, si può essere di opinioni diverse, ma se si hanno dei sani valori, non si può che essere d’accordo sulle cose essenziali.

Marco.

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