“La Luna e i Falò” di Cesare PAVESE

Tornare a casa fra le colline e rendersi conto che non è mai stata casa tua. È questa la sensazione che prova il protagonista de “La Luna e i falò” di Cesare Pavese. Di lui conosciamo solo il soprannome: “Anguilla”. Sappiamo che è un orfano, un “bastardo” che non conosce il luogo dove è nato, ma solo quello dove è cresciuto, dove è stato adottato. Dopo aver fatto fortuna a Genova e poi in America decide di tornare, nell’Italia liberata, a respirare di nuovo l’aria della campagna basso piemontese. Lì ritrova l’amico Nuto, suo punto di riferimento di sempre, e inizia a ripercorre i ricordi tristi dell’infanzia, notando che tutto sommato nulla è cambiato. Apprende poi dall’amico la sorte atroce che la vita e la guerra hanno riservato alla persone che conosceva.

La storia è raccontata in prima persona dal protagonista, che si lascia andare a un flusso di ricordi sia d’infanzia che di vita. Il senso di inadeguatezza, la sensazione di non avere un posto nel mondo è palpabile in tutto l’arco del libro. L’autore vuole trasmetterci l’importanza della famiglia, di avere un senso di appartenenza verso quei luoghi che sono per noi “casa” e quale può essere lo stato d’animo di chi non li possiede.

Cesare Pavese ci ha regalato un romanzo malinconico e struggente che pian piano entra nel nostro profondo, facendoci domandare quali sono le persone e i luoghi a cui siamo più legati.

Marco

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