“Flatlandia” di Edwin A. ABBOTT

Immaginate di essere un quadrato che vive in un mondo piatto, sì proprio su quel piano che avete studiato in geometria a scuola. Immaginate di essere fatti soltanto di due dimensioni e di vedere solo linee e punti. Questa è la prospettiva che ci offre Edwin A. Abbott in Flatlandia, un mondo popolato solo da figure geometriche bidimensionali.

Nella prima parte del romanzo sono illustrati gli usi e costumi, i metodi di riconoscimento, la rigida suddivisione in classi sociali e la storica rivoluzione del colore repressa con violenza. Nella seconda parte invece è raccontata la scoperta, da parte del protagonista, di una terza dimensione, e del viaggio intrapreso in Spaziolandia.

La descrizione degli usi e i costumi e dei metodi di riconoscimento ci immergono interamente in mondo a due dimensioni. Questo ci fa sentire più vicini alle sensazioni del quadrato protagonista, in modo da poter immaginare come si vive, si vede, ci si sposta e ci si relaziona a Flatlandia. Infatti, è descritto in maniera minuziosa come una figura geometrica vede le altre e come fa a riconoscerle “palpandole”.

A Flatlandia l’appartenenza a una classe sociale è data dal numero dei lati: gli operai e i soldati sono triangoli isosceli, stupidi e pericolosi; i triangoli equilateri sono della classe dei commercianti; il ceto medio e rispettabile è rappresentato dai quadrati, e così via fino ad arrivare all’élite della società: i cerchi, o meglio i poligoni con così tanti lati da apparire circolari, fra cui gli ecclesiastici. Le donne di Flatlandia, invece, sono semplici linee rette ai margini della scala sociale, ignoranti e devastanti perché la loro conformazione permette di infilzare le altre figure geometriche.

La rigida organizzazione sociale fu messa a dura prova dai rivoluzionari del colore, che ebbero l’idea di far crollare le distinzioni con una proposta di “legge per un colore universale”. Tentativo però represso brutalmente da parte dei poligoni più conservatori.

La seconda parte del libro ci porta a sperimentare nuove dimensioni con gli occhi del quadrato protagonista. In una visione onirica dapprima conosce Linealandia, una linea retta abitata da punti, poi, destatosi, incontra una sfera che gli farà conoscere la terza dimensione.

Flatlandia è un libro poliedrico dallo stile talvolta tecnico, dai molti significati allegorici, geniale dal punto di vista della prospettiva geometrica. Un’accusa alla società ottocentesca inglese, chiusa, rigida, in cui le donne non rivestono molta importanza, dove il diverso, l’”irregolare” è emarginato. Tuttavia, la cosa più importante che ci dice è, a mio parere un’altra: che tutti abbiamo una prospettiva limitata. Il quadrato deride il re di Linealandia perché non riesce a concepire una seconda dimensione, ma a lui accade la stessa cosa quando per la prima volta incontra la sfera che gli fa scoprire la terza dimensione. Questo è ciò che accade anche a noi quando pensiamo a prospettive molto diverse dalla nostra, che ai nostri occhi possono apparire inconcepibili.

Marco.

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