“Il Signore delle Mosche” di William GOLDING

Come ormai sapete, le storie che mi appassionano di più sono quelle che scavano nel profondo, che scuotono e che vanno a mettere a nudo aspetti nascosti dell’essere umano. Per questi motivi oggi vorrei parlarvi di un romanzo che è diventato un classico della letteratura: Il Signore delle Mosche di William Golding.

All’inizio ci troviamo su un’isola deserta dove si è schiantato un aereo; all’impatto sono sopravvissuti soltanto dei bambini e dei ragazzini. Questo fa presagire che inizi una storia di avventura, dove i superstiti si riorganizzano per sopravvivere senza l’aiuto degli adulti, e in parte è così, ma i problemi che sono costretti ad affrontare si rivelano più interni alla loro piccola società che provenienti dall’ambiente circostante. Il buon ascendente sui sopravvissuti di Ralph e Piggy, portatori di buon senso e saggezza, viene man mano soppiantato dalla competitività, sete di potere e irrazionalità di Jack. Questo porta gradualmente i ragazzi a vivere come selvaggi e a distogliere l’attenzione da quello che avrebbe dovuto essere il loro obiettivo primario: essere soccorsi e salvati. In questo caos, il bene e il male si confondono e alcuni non si rendono conto di macchiarsi di gesti terrificanti, in nome di una tribù alla ricerca di un nemico contro cui combattere.

L’ambientazione distopica – siamo al centro di un conflitto nucleare – non è di primaria importanza nella narrazione, ma rimane sullo sfondo. Si fa spazio piuttosto, tra le righe, un’allegoria del genere umano, perché i protagonisti si trovano a provare sentimenti e paure ancestrali che, talvolta, neanche da adulti si riescono facilmente a dominare.

La scrittura è coinvolgente; l’intensità della narrazione mi ha portato avanti nella lettura come in un thriller ben fatto. Se proprio vogliamo trovare un neo, ho avvertito l’autore un po’ intrusivo nella parte iniziale, quando spiega un po’ didascalicamente i sentimenti dei personaggi. Non lo fa in modo fastidioso e sicuramente è figlio dell’epoca in cui scrive. Da un premio Nobel per la letteratura dobbiamo solo imparare!

Consiglio questo libro perché appassionante, ma anche perché va a toccare corde profonde della nostra condizione di essere umani, sempre in bilico tra la civiltà e la barbarie, tra la razionalità e l’irrazionalità, tra l’umano e il disumano.

Marco

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