“Il Serenissimo” di Biagio IACOVELLI

Oggi vogliamo parlarvi di un libro che l’autore ci ha gentilmente inviato: Il Serenissimo – Ovvero l’inatteso fascino della mediocrità di Biagio Iacovelli, edito da Rogas Edizioni.

Iniziando a leggere questo libro ci si imbatte in un giornalista che ci racconta in prima persona il suo tentativo di ricostruire la verità intorno alla figura, per certi versi misteriosa, del capo di Stato della Litaija: Serge Mathievz, meglio conosciuto come “il Serenissimo”.

Il giornalista-narratore ci prende per mano, e per mezzo di diverse interviste, ci conduce alla scoperta della vita, ma soprattutto dell’ascesa al potere, di Serge Mathievz, uomo privo di ogni qualità, se non quella di sfruttare i punti deboli degli altri. Si scopre attraverso l’inchiesta che “il Serenissimo” ha consolidato, negli anni, il regime – quello della Mediocrazia – nel quale tutti non si preoccupano di distinguersi e navigano in quella bolla di sicurezza che è la loro mediocrità. Il Sistema prevede anche una resistenza intellettualoide – le PIPPE – che contrasta il sistema a parole, letture e litigi sui social network, ma che di fatto, così facendo, non fa altro che rafforzarlo.

Nel corso del viaggio dell’Autore – così si auto-definisce il narratore, insieme ad altri appellativi come “amatissimo” e “affezionatissimo” – troviamo diversi personaggi bislacchi e grotteschi. I primi che incontriamo sono i vicini di casa d’infanzia di Serge Mathievz: Ann Cascè e il marito Anton, che hanno opinioni diverse sul “Serenissimo”. Troviamo poi Wilhelm Tonek, il migliore amico di Serge ai tempi della prima adolescenza, che in realtà “parla” all’Autore solo attraverso le righe di un diario consegnato dal padre al giornalista. In seguito, e con non poche difficoltà, l’Autore riesce a dialogare con Polly Evelyne, capo della resistenza al regime, leader delle cosiddette PIPPE, figura ambigua ed emblematica. Ancora, troviamo le interviste a due personalità fondamentali nella vita di Serge: quella al mentore ai tempi degli studi universitari, il prof. Zvehrev, e quella al commendator DePhilipp che ha fornito le risorse al “Serenissimo” per acquisire notorietà. L’altra figura che ci fa incontrare l’Autore è suor Metellona, che consegna allo stesso la corrispondenza, intrisa di rivelazioni, di Serge con Irene Halep, donna con cui ha avuto una relazione e che lo ha quasi sottratto dalla sete di potere; rivelazioni completate da quelle del fratello di Irene, Faustus Halep, segretario del Partito Mediocratico, che ha contribuito all’ascesa al potere del “Serenissimo”. Infine, l’Autore incontrerà P.T. Ditou, capo della propaganda e braccio destro di Mathievz, che lo costringerà a un destino che aveva già previsto fin dalla sua nascita.

Il romanzo coinvolge il lettore al punto da farsi leggere tutto d’un fiato. Capitolo dopo capitolo scopriamo le sfaccettature del “Serenissimo” attraverso la testimonianza degli altri personaggi, i quali si esprimono con termini che stanno a metà tra quelli dei nostri dialetti regionali e quelli delle lingue straniere. Questi personaggi richiamano degli stereotipi della nostra società, facendoci riflettere su di essa e su noi stessi, portando a galla temi importanti, attraverso un umorismo ricercato.

Il romanzo è arricchito dalle illustrazioni emblematiche di Eleonora Iacovelli, che rendono ancor di più vividi agli occhi del lettore l’ambientazione e i personaggi.

Abbiamo apprezzato molto questo libro, perché attraverso personaggi stravaganti e un’ambientazione immaginaria, osiamo dire quasi distopica, ci porta per mano a vedere con altri occhi il nostro mondo, nel quale spesso mettiamo la testa sotto la sabbia per non vedere il marcio, rinchiusi nella nostra sfera di abitudini quotidiane. Ci siamo immaginati questo testo rappresentato a teatro, perché sarebbe interessante vedere i personaggi prendere vita non solo su carta, chissà se mai verrà portato in scena. Noi ce lo auguriamo.

Questo è il secondo libro dell’autore che abbiamo avuto l’opportunità di leggere; ci teniamo a ringraziarlo per la gentilezza e disponibilità. Gli facciamo un grande in bocca al lupo perché questo libro abbia il riconoscimento che merita.

Stefy & Marco

“Fútbol – Storie di calcio” di Osvaldo SORIANO

Sono stato un appassionato di calcio; ora sono solo un nostalgico alla ricerca di un mondo che non c’è più. In realtà, mi sono innamorato di questo sport negli anni ’90, quando già stava iniziando la sua fase decadente. Progressivamente me ne sto ancora allontanando, ma senza staccarmi del tutto, perché il mio interesse è vivo quanto basta per giocare al fantacalcio con gli amici.

Vi racconto questo perché, recentemente, ho letto un libro sul calcio che mi ha fatto ritrovare quel romanticismo che ormai ha abbandonato questo sport: Fútbol – Storie di calcio dell’autore argentino Osvaldo Soriano.

Osvaldo Soriano è stato un promettente attaccante, o centravanti per usare un termine più all’antica, fino a quando un infortunio non gli ha stroncato la carriera. In seguito ha intrapreso la carriera di cronista sportivo prima, e quella di scrittore poi, diventando uno dei romanzieri più amati dell’America meridionale.

Attraverso i racconti che compongono Fútbol – Storie di calcio lo scrittore argentino si diverte a raccontare fatti reali e inventati. Troviamo, infatti, vicende realmente accadute, come la finale del Campionato mondiale di calcio del 1950 – il cosiddetto Maracanazo −, vinta dall’Uruguay grazie al colpo di genio del capitano Obdulio Varela, che al gol del vantaggio della nazionale brasiliana, rallenta la ripresa gioco facendo raffreddare l’entusiasmo degli avversari. La partita finirà 1-2 per la sua squadra, mandando in lutto una nazione che si sentiva la vittoria in tasca. Obdulio, dopo la partita, invece di sentirsi al settimo cielo, rimane invece dispiaciuto per aver provocato tanta tristezza (si conteranno anche diversi suicidi tra la popolazione brasiliana dopo la partita). Tra le storie di fantasia scopriamo quella del Mister Peregrino Fernandez, che in una casa di riposo in Francia, non si sa se in preda a una demenza senile galoppante, racconta le sue invenzioni spettacolari come il “libero gentile” e “il centravanti elettronico”, e le sue memorie calcistiche vissute intorno al mondo. Quello che si sa è che lo rattrista aver contribuito alla scomparsa della figura degli attaccanti statici, essendo stato uno dei primi a sperimentare il “calcio totale”, quando tutti imitavano il catenaccio di Helenio Herrera. L’autore ci sorprende anche altre storie che stanno a metà tra la realtà e la leggenda, come quella del mondiale dimenticato del 1942 giocatasi, si dice, in Patagonia tra squadre di immigrati europei, una di soldati nazisti, la selezione di uruguaiana, quella brasiliana, e due squadre rappresentanti la popolazione locale: la selezione del Regno di Patagonia e quella dei Mapuches. Non mancano, poi, racconti ambientati in campi polverosi e dimenticati, come quella del Rigore più lungo del mondo, dove si racconta di un rigore durato una settimana nella partita decisiva tra due squadre di provincia.

In Fútbol possiamo assaporare queste storie e molte altre capaci di soddisfare ogni romantico palato appassionato di calcio. Osvaldo Soriano racconta tutte le storie con naturalezza, tanto da non farci capire se ciò che racconta è fantasia o realtà e quanto di autobiografico ci sia in quei racconti, parlando di calcio per parlare tra le righe “dei goal che uno si perde nella vita”.

Un libro che consiglio a tutti gli amanti del calcio e non, scritto da una penna vivace e nostalgica.

Marco

“La donna del mare” di Henrik IBSEN

Oggi vorrei farvi conoscere La donna del mare, una delle opere teatrali più interessanti di Henrik Ibsen, pubblicata nel 1888. Ho conosciuto questo testo qualche anno fa durante un evento organizzato da una libreria locale. Il dramma è ambientato tra i fiordi norvegesi dove Ellida – la protagonista − vive insieme al marito, il dottor Wagnel, e alle due figlie di lui, nate da un precedente matrimonio.

Ellida possiede una connessione molto profonda con il mare, ambiente in cui è nata e cresciuta, e dove in gioventù si legata sentimentalmente a uno straniero. Dopo aver conosciuto il dott. Wangel, però, sceglie di seguirlo, abbandonando il suo luogo natio. Nel corso degli anni, tuttavia, il ricordo dello straniero riaffiora continuamente nella mente di Ellida, generando in lei un tormento interiore. Questo fino a quando, dopo parecchi anni, il suo vecchio amore si ripresenta davanti a lei. Il dottor Wangel, all’inizio, pensa che la moglie sia affetta da una malattia psichica, ma poi scopre la verità e decide di lasciare Ellida libera di scegliere. Una decisione sofferta e appassionata che porterà la protagonista a un profondo supplizio interiore.

L’opera di Ibsen, è suddivisa in cinque atti; è composta da dialoghi dinamici e, a tratti, intensi. Sulla scena non vi sono molti personaggi, il che rende la storia molto comprensibile. I personaggi principali sono Ellida e il dottor Wangel, ma anche lo straniero che, pur non comparendo nei primi atti, è presente nei racconti di Ellida. Gli altri personaggi, invece, rivestono un ruolo secondario, come le figlie del dottor Wangel, il professor Arnholm, Lyngstrand e Ballested. Altri, infine, sono semplici comparse sulla scena: giovani cittadini, turisti e villeggianti.

L’ambientazione in cui si svolgono gli eventi è semplice ed essenziale. L’opera, invece, è molto avvincente, tanto che il lettore si ritrova a leggere l’ultimo atto in un crescendo di tensione narrativa, trasmessa, in particolar modo, dai protagonisti. A poco a poco, infatti, è possibile conoscerli e scoprire sempre più dettagli sulla loro vita. Anche i personaggi minori, tuttavia, rivestono un ruolo importante, perché si percepisce la loro essenza e il loro ruolo nel contesto.

Il mare riveste un valore simbolico importante: rappresenta un desiderio assoluto di libertà. Ellida, “la donna del mare”, sente questa spinta all’autodeterminazione e rifugge dai legami totalizzanti e in grado di annullare la sua individualità. Ellida vuole essere padrona di sé stessa, così come il mare è libero e indomabile.

Ho amato molto l’opera di Ibsen, sia per questo legame tra il personaggio di Ellida e il mare, sia per i conflitti molto attuali trattati dall’opera, come ad esempio processo di cambiamento della giovane Bolette, la quale sceglie una vita diversa da quella già progettata per lei dal padre. I temi trattati, come il desiderio di libertà, di autonomia e la capacità di scelta, non erano affatto comuni all’epoca dell’autore, per questo ho apprezzato molto come Ibsen abbia avuto la capacità di far emergere questi aspetti.

Un legame particolare mi avvicina al mare, così come al teatro, luoghi nei quali, come Ellida, sento davvero di essere totalmente libera.

Qualcuno conosce quest’opera?

Stefy

“Quella cosa intorno al collo” di Chimamanda NGOZI ADICHIE

Avete presente quando, dal parrucchiere, vi mettono quella mantellina troppo stretta e abbottonata sul collo? Oppure, avete mai provato a trattenere il respiro sott’acqua? O ancora, vi capita mai, quando siete agitati, di sentire la mancanza del vostro respiro, proprio lì, a livello della gola? Ecco, immaginate queste sensazioni e provate a ricercarle all’interno di un libro. Ho scelto di leggere Quella cosa intorno al collo di Chimamanda Ngozi Adichie perché il titolo mi ha catturata; è stato capace di trasmettermi quella sensazione di mancanza di libertà.

Il libro è composto da una serie di racconti, che narrano, con intimità e potenza, il parallelismo esistente tra la civiltà Nigeriana e quella Americana. Infatti, da una parte l’autrice fa emergere, attraverso le vite delle protagoniste, le criticità della società nigeriana afflitta da corruzione, conflitti politici, maschilismo e crudeltà, ma anche quanto sono radicate la cultura e la tradizione del Paese. Dall’altro lato, invece, la scrittrice sposta lo sguardo sull’America, vista però con gli occhi di chi vi giunge con la speranza una vita migliore, e di chi vi capita quasi per caso. Dai racconti si capisce quanto l’emigrazione sia, molte volte, quasi idealizzata, perché spesso non porta a un miglioramento delle condizioni di vita. Anzi, tante volte rischia di far perdere la propria cultura e le proprie tradizioni per adattarsi a un Paese così diverso.

I personaggi sono ben sviluppati, tanto da trasmettere i loro sentimenti, paure ed emozioni. In alcuni racconti ho sviluppato una sorta di empatia con il personaggio, al punto di non volerlo abbandonare alla fine della storia, portando con me il dispiacere di non riuscire a sapere come sarà la sua vita futura.

Ho scelto di leggere questo libro perché apprezzo molto l’autrice e sono sempre stata curiosa di conoscere culture differenti dalla mia. E anche questa volta devo dire di aver ricevuto in cambio quel che cercavo. Ho conosciuto nuovi aspetti culturali della società nigeriana, le difficoltà del processo di integrazione e ho avuto esperienza di situazioni così lontane dalla mia quotidianità. Il libro è stato davvero prezioso perché mi ha fatto riflettere sulla sensazione di avere “quella cosa intorno al collo”, cosa che mi ha avvicinata a quelle donne. Un sentimento di solitudine, di mancanza di libertà e, a volte, di non appartenenza. Una percezione che resta lì, proprio nella zona della gola, e che a volte ci toglie il respiro, ma soprattutto ho capito come quella famosa “cosa intorno al collo”, io non la voglio, e chiunque deve essere libero di respirare a pieni polmoni.

Stefy

“Finché il caffè è caldo” di Toshikazu KAWAGUCHI

Ve lo devo dire: ho atteso molto tempo prima di parlare di Finchè il caffè è caldo, scritto da Toshikazu Kawaguchi, perché ne ho sentito parlare davvero tanto, sia bene che male.

Sentivo il bisogno di qualcosa di diverso quando ho scelto di leggere questo libro; avevo la necessità di un libro che andasse al di là della letteratura classica o dell’orrore; sentivo il desiderio di un qualcosa che potesse toccare i sentimenti, o meglio che parlasse di loro. Per questi motivi, la mia scelta è caduta su Finchè il caffè è caldo, perché attratta – anche se può sembrare banale – dalla trama e dalla copertina.

Ci troviamo in Giappone, dove esiste una caffetteria, all’interno della quale, si dice si possa viaggiare nel tempo.  Non è però così scontato poterlo fare, perché ci sono regole piuttosto rigide, ma soprattutto un tempo limitato del viaggio, infatti esso può durare fino a quando il caffè rimane caldo. Quando, invece, la tazza si sta per raffreddare si ritorna al momento presente. Inoltre, non è così facile intraprendere il viaggio desiderato, perché bisogna conquistarsi con fatica il posto a sedere in quel tavolino all’interno del bar, occupato stabilmente da una figura misteriosa.

Il bar diventa così un luogo speciale, una macchina del tempo, nel quale le persone possono ritrovare i propri affetti o mettere insieme i pezzi della loro vita passata, in modo tale da migliorare il proprio futuro.

Il libro è suddiviso in quattro racconti; ciascuno ha come tematica il legame tra due persone. Vengono raccontate storie delicate, profonde e dolorose. Il linguaggio dell’autore è semplice e leggero, tale far scorrere bene le storie. Tuttavia queste rimangono poco approfondite e, in alcuni punti, quasi scontate. Si leggono, inoltre, diverse ripetizioni di alcune parti, non necessarie ai fini della narrazione, che rendono la lettura a tratti pesante e ridondante, oltre a interrompere la fluidità del testo.

Ho scelto in ogni caso di parlare di questo libro al di là delle sue pecche, perché comunque è stato capace di lasciarmi qualcosa. Innanzitutto, mi ha lasciato una sensazione di leggerezza e di freschezza, che è perfetta per sollevarmi un po’, quando sto attraversando periodi particolarmente intensi, dove ho la necessità di leggere qualcosa di meno impegnativo. Poi, leggendo le storie e provando a immedesimarmi nei personaggi, ho potuto riflettere nuovamente su quanto la vita sia fugace e sull’importanza di vivere pienamente ogni singolo momento. Inoltre, mi ha fatto pensare ai lati positivi dei momenti dolorosi, che sono da cogliere come un’opportunità di rinascita, per diventare ancora più forti di prima. Infine, una delle riflessioni più importanti che mi ha trasmesso è legata al rapporto tra il passato e il cambiamento, e di quanto il primo sia funzionale al secondo. È importante non guardare al passato con paura o disgusto, ma tenerlo ben presente davanti ai nostri occhi, perché solo così possiamo capire come cambiare ed essere felici, nel presente e nel futuro.

Sento di consigliare questo libro a chi avverte la necessità, in questo momento, di voler leggere un libro poco impegnativo ma piacevole, capace di dare qualche spunto di riflessione per vedere le cose con un’altra prospettiva.

Stefy

“Nottuario” di Thomas LIGOTTI

Quando ho letto il titolo del libro di cui parliamo oggi – Nottuario di Thomas Ligotti − ho sentito subito una sensazione provenire dalla pancia, come un’attrazione naturale. Forse perché richiama la notte, che è uno dei miei momenti preferiti della giornata, ma anche perché rimanda a un’atmosfera cupa e misteriosa.

Il libro inizia con gli “Appunti critici sulla narrazione del mistero”: una riflessione fatta dall’autore sugli aspetti che deve avere la cosiddetta wired fiction per essere davvero misteriosa. Come scrive l’autore, questo genere letterario “si basa su un enigma che mai si potrà sciogliere”. Il lettore, immerso in un’atmosfera irreale e crepuscolare, si trova davanti ad un mistero che non può risolvere, e che lascia in lui una sensazione di stupore.

Dopo questa parte introduttiva, nel libro troviamo venti racconti; questi sono accomunati dal tema del sogno, dell’incubo e della paura, e del loro rapporto con la realtà. Il lettore vede sé stesso inabissarsi nelle oscure profondità del suo animo e della sua mente. Il libro è differente rispetto alla letteratura dell’orrore contemporanea che siamo abituati a leggere. L’inquietudine assume la forma di un’elegante signora che si avvicina con garbo per poi mostrare il volto più spaventoso.

La scrittura di Thomas Ligotti non è scontata né lasciata al caso; è ricercata e quasi aulica. Si può azzardare a definirla persino poetica, rispetto alla trattazione di temi importanti, come ad esempio la morte, che viene descritta come “il giorno sconosciuto che avrebbe inaugurato la sua privata eternità”. Proprio per queste caratteristiche ho assaporato il libro a poco a poco, apprezzando come elemento originale il tocco di eleganza che anche questo genere può offrire.

L’autore, attraverso i suoi racconti, vuole comunicarci che i veri incubi sono quelli che hanno origine dentro di noi. Ho amato il senso di inquietudine lasciata da ogni storia, che è stata anche capace di farmi riflettere sul senso delle mie paure, e forse di guardarle chiaramente in faccia.

Stefy

“Il Signore delle Mosche” di William GOLDING

Come ormai sapete, le storie che mi appassionano di più sono quelle che scavano nel profondo, che scuotono e che vanno a mettere a nudo aspetti nascosti dell’essere umano. Per questi motivi oggi vorrei parlarvi di un romanzo che è diventato un classico della letteratura: Il Signore delle Mosche di William Golding.

All’inizio ci troviamo su un’isola deserta dove si è schiantato un aereo; all’impatto sono sopravvissuti soltanto dei bambini e dei ragazzini. Questo fa presagire che inizi una storia di avventura, dove i superstiti si riorganizzano per sopravvivere senza l’aiuto degli adulti, e in parte è così, ma i problemi che sono costretti ad affrontare si rivelano più interni alla loro piccola società che provenienti dall’ambiente circostante. Il buon ascendente sui sopravvissuti di Ralph e Piggy, portatori di buon senso e saggezza, viene man mano soppiantato dalla competitività, sete di potere e irrazionalità di Jack. Questo porta gradualmente i ragazzi a vivere come selvaggi e a distogliere l’attenzione da quello che avrebbe dovuto essere il loro obiettivo primario: essere soccorsi e salvati. In questo caos, il bene e il male si confondono e alcuni non si rendono conto di macchiarsi di gesti terrificanti, in nome di una tribù alla ricerca di un nemico contro cui combattere.

L’ambientazione distopica – siamo al centro di un conflitto nucleare – non è di primaria importanza nella narrazione, ma rimane sullo sfondo. Si fa spazio piuttosto, tra le righe, un’allegoria del genere umano, perché i protagonisti si trovano a provare sentimenti e paure ancestrali che, talvolta, neanche da adulti si riescono facilmente a dominare.

La scrittura è coinvolgente; l’intensità della narrazione mi ha portato avanti nella lettura come in un thriller ben fatto. Se proprio vogliamo trovare un neo, ho avvertito l’autore un po’ intrusivo nella parte iniziale, quando spiega un po’ didascalicamente i sentimenti dei personaggi. Non lo fa in modo fastidioso e sicuramente è figlio dell’epoca in cui scrive. Da un premio Nobel per la letteratura dobbiamo solo imparare!

Consiglio questo libro perché appassionante, ma anche perché va a toccare corde profonde della nostra condizione di essere umani, sempre in bilico tra la civiltà e la barbarie, tra la razionalità e l’irrazionalità, tra l’umano e il disumano.

Marco

“Il mondo sottosopra” di Massimo POLIDORO

Oggi vorrei parlare di un argomento molto dibattuto negli ultimi tempi: fake news e complottismo. Lo faccio parlando di un saggio molto interessante: Il mondo sottosopra dello scrittore, divulgatore, esperto di psicologia dell’insolito, nonché segretario nazionale del CICAP, Massimo Polidoro.

Ai nostri giorni, come mai prima d’ora nella storia, è importante soppesare la veridicità delle notizie che ci arrivano dai mass media – come abbiamo già visto parlando di Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli – in particolare da internet e dai social network. Infatti, non di rado si può incappare teorie cospiratorie, totali bufale, oppure in quelle che vengono chiamate post-verità, ossia le verità parziali che distorcono di fatto la piena realtà dei fatti, pur essendo più sensazionali e immediate rispetto alla notizia vera. A tal riguardo, questo libro è un manuale molto utile a capire i meccanismi che ci sono dietro le notizie false. L’autore ci spiega, con la sua grande capacità di comunicazione, come le fake news possano prendere piede e diffondersi tanto rapidamente, sia a livello locale che internazionale. Stiamo assistendo in questi anni a vere e proprie ricostruzioni alternative della realtà: c’è chi sostiene che la Terra sia piatta, c’è chi dice che l’11 settembre sia stato opera degli stessi Americani, c’è chi sostiene che le scie di condensazione degli aerei siano in realtà veleni diffusi ad hoc per alterare il clima e così via.

Se alcune di queste teorie ci possono sembrare assurde e incredibili, e anche se pensiamo di essere abbastanza bravi a districarci tra le notizie vere e quelle false, non dobbiamo mai abbassare la guardia, perché, come dice l’autore, “non siamo esseri perfettamente razionali”. Massimo Polidoro ci illustra, infatti, come certe notizie possono risvegliare alcune nostre paure ancestrali, come il nostro cervello possa cadere in errore e di come, di fronte a un fatto scomodo, tendiamo a negarlo a noi stessi o a minimizzare la realtà. Bisogna stare attenti poi al capovolgimento di significato delle parole che utilizzano certi oratori – anche se sarebbe più opportuno definirli manipolatori –, che è un po’ quel che succede, come dice l’autore, in 1984 di George Orwell, dove il partito totalitario riesce tramite la “neolingua” a condizionare il pensiero della gente.

Nel testo scopriamo anche che esiste addirittura una specie di “industria” delle notizie false che fa soldi a palate grazie al meccanismo dei titoli acchiappa-click. O ancora, che ci sono dei veri e propri professionisti che, al soldo di certo politici, hanno il compito di influenzare le masse in vista delle elezioni successive.

L’autore ci spiega, inoltre, come riconoscere i complotti veri da quelli falsi. Cita due complotti che si sono verificati davvero: lo scandalo Watergate, che ha coinvolto l’allora presidente americano Richard Nixon, e il cosiddetto golpe Borghese, un tentativo di colpo di stato organizzato in Italia dall’ex militare Junio Valerio Borghese, poi sfumato misteriosamente. In seguito menziona una serie di complotti fantasiosi che si sono formati nel corso degli anni da QAnon ai rettiliani, da chi sostiene che l’uomo non è mai stato sulla Luna alle teorie negazioniste sulla Shoa e così via. Nell’ultima parte troviamo anche un’appendice dedicata al presunto complotto che ci sarebbe stato dietro all’omicidio dell’ex presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

Consiglio di leggere questo libro per capire bene come possano prendere piede certi meccanismi irrazionali, che portano le persone a credere a cose impensabili, ma anche per continuare a coltivare la razionalità e il dubbio, strumenti fondamentali per capire meglio il mondo e non farsi prendere dal panico e dalla paura.

Ho avuto modo di incontrare l’autore in diverse occasioni e ho sempre visto una persona appassionata del proprio lavoro.  Per chi fosse interessato suggerisco di seguirlo, non solo dando un’occhiata alla sua produzione su carta – oltre cinquanta libri! –, ma anche sui suoi canali telematici, in cui affronta varie tematiche: dalle affermazioni sulle pseudoscienze alla psicologia delle bufale, dai misteri della storia al complottismo e chi più ne ha più ne metta.

Marco

“La valle dell’Eden” di John STEINBECK

Oggi sono qui per parlarvi di un libro che ho letto a gennaio e che mi ha aperto la mente: La valle dell’Eden di John Steinbeck. Quando ho sentito parlare di questo libro come “il capolavoro dei capolavori di Steinbeck” mi sono chiesta «Ma come è possibile! Cosa può esserci di meglio di Uomini e topi e Furore?» Allora, accompagnata da grande curiosità, sono andata in libreria a comprare questo libro.

Pochi giorni dopo, mi sono accomodata sul divano e ho iniziato la lettura delle prime pagine. Ed eccomi catapultata in un luogo a me non familiare, così lontano dalla Pianura Padana: la Valle del Salinas, in California settentrionale. Lì ho incontrato la famiglia Hamilton, composta da proprietari terrieri d’origine irlandese e grandi lavoratori, in particolar modo il capofamiglia Sam, un uomo buono e dall’animo nobile. Ho conosciuto poi la famiglia Trask: il padre, Cyrus, con i figli Adam e Charles, i suoi nipoti, i gemelli Caleb e Aron, ma anche la loro madre, Cathy Ames. Pagina dopo pagina, però, ho incontrato sulla strada, altri personaggi, alcuni dei quali mi sono rimasti nel cuore, come Lee, il servitore di origine cinese di casa Trask.

Ne La valle dell’Eden si intrecciano tre storie in un periodo di tempo che va dalla Guerra civile alla Prima guerra mondiale: quella degli Hamilton, famiglia materna dello scrittore stesso; quella della famiglia Trask, che spesso entra in contatto con gli Hamilton; quella di Cathy Ames. I personaggi principali coinvolti nelle vicende hanno tutti una caratterizzazione degna di nota, specialmente per quanto riguarda gli aspetti psicologici. Tutti, a loro modo, posseggono una storia, vizi, virtù e interessi. Ho avuto come l’impressione di conoscerli di persona e di vedere la loro evoluzione nella storia.

La lettura del romanzo è stata coinvolgente e scorrevole, nonostante le oltre settecento pagine! Riporre il libro sul comodino mi lasciava ogni volta un senso di dispiacere, perché ero incuriosita dal proseguo della storia. Il libro è stato capace di farmi riflettere su tematiche profonde, che toccano aspetti interiori, filosofici e religiosi. Uno dei temi principali è quello dell’assenza, nell’accezione di mancanza di un genitore, e degli effetti che ciò può comportare nella vita di un essere umano. A questo si ricollegano i temi del rifiuto, della colpa e della continua lotta tra bene e male. Viene poi anche messa in risalto la capacità dell’essere umano di cambiare il proprio destino. Queste mie impressioni sono solo una piccola parte di ciò che troverete nel libro. Ne avrei parlato ancora e ancora, ma desidero che ciascuno di voi possa ricercare al suo interno i propri significati e le proprie emozioni.

Consiglio questo libro a chi ha voglia di immergersi in una lettura profonda ed elegante, ma anche a coloro che non hanno paura di entrare in contatto con i sentimenti e le emozioni dei personaggi, anche di quelli più spietati.

Stefy

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