“La collina dei conigli” di Richard ADAMS

Quintilio è un coniglio sensitivo, uno dei più indifesi della conigliera. Un giorno ha una visione che preannuncia l’arrivo di un oscuro presagio. Cerca di avvisare gli altri, cerca di convincerli che bisogna partire. Non tutti, però, gli credono, tanto meno il coniglio capo, il Trearà. Anzi, solo in pochi si organizzano a lasciare con lui la “casa” comune. Con l’aiuto di Moscardo, suo fratello maggiore, Quintilio riesce a mettere insieme una piccola colonia di conigli che riuscirà a sfuggire alla distruzione della conigliera. Insieme partono alla ricerca di un nuovo posto dove vivere e insediarsi. Così inizia il romanzo di Richard Adams “La collina dei conigli”. Una storia che ha origine da un racconto inventato dall’autore per le proprie figlie e solo in seguito messo nero su bianco, anche se, tuttavia, non si tratta di una storia per bambini.

La struttura del libro è quella tipica del viaggio dell’eroe, del romanzo “epico”. Infatti, i conigli, prima di stabilirsi nella loro nuova “casa”, sono costretti a affrontare varie di peripezie, fino a giungere all’ultima battaglia contro le truppe del generale Vulneraria, coniglio capo (o meglio dittatore!) della colonia di Efrafa.

Nel romanzo, le comunità di conigli sono organizzate, più o meno rigidamente, nello stesso modo. Il capo coniglio prende le decisioni, è il più saggio e carismatico. Per mantenere l’ordine è coadiuvato da un gruppo di conigli forti e valorosi che formano l’Ausla, una sorta di corpo scelto al servizio del monarca.

La storia è ambientata nella campagna inglese, nello Hampshire, dove si trova la collina che dà il titolo originale all’opera: “Watership Down”. Il libro descrive conigli antropomorfizzati, con una cultura, usi, costumi e tradizioni. Essi parlano una lingua comune, il “lapino”, si raccontano storie epiche e poesie. Credono in alcune divinità mitologiche dalle sembianze “conigliesche”: Frits che rappresenta il Sole; il coniglio nero di Inlé, oscuro essere della notte; El-ahrairà, il primo coniglio, a cui tutti si ispirano, e le cui gesta hanno dato origine a tutta la specie, così come noi la conosciamo. Queste creature mitologiche sono protagoniste dei racconti che si tramandano i conigli nel corso della storia principale.

Ai comportamenti, per così dire umanizzati dei conigli nella storia, si affiancano alcuni tratti tipici dei conigli come animali. Per descriverli Adams fece riferimento a un libro di R.M. Lockley, “La vita privata del coniglio”, in cui sono descritte le migrazioni dei giovani conigli, ma anche alcune abitudini, quali la tendenza a masticare palline, le conseguenze del sovraffollamento delle conigliere, la descrizione del fenomeno del riassorbimento gli embrioni da parte delle femmine, la doti di alcuni conigli di tener testa a alcuni predatori (chiamati elil nel romanzo) come gli ermellini.

Lo stile di scrittura, sia nell’opera originale che nella felice traduzione italiana, è evocativo delle storie tramandate a voce, e ricco di termini antiquati che non rendono difficile la lettura, ma piacevole e nostalgica. In alcune parti del libro l’atmosfera è un po’ oscura, quasi orrorifica. Non sono risparmiati al lettore, seppur con estrema eleganza inglese, descrizioni di mutilazioni e ferite.

Infine, è opportuno sottolineare uno dei punti di forza di questo libro: la caratterizzazione dei personaggi. I tratti di ognuno sono ben delineati, ciascuno corrisponde a un certo archetipo narrativo, con i sui pregi e i suoi difetti. Sono resi antropomorfi, ma vivono e pensano da conigli. Molto probabilmente, l’autore si è messo nei panni di un coniglio e ne ha immaginato la percezione del mondo.

Consiglio vivamente a tutti di leggere questo romanzo, perché, a mio parere, va trattato come un classico della letteratura, per la ricchezza di spunti sociali che ne fanno una magistrale allegoria del genere umano.

Marco

“Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie” di Alec BOGDANOVIC

Titolo: Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie

Autore: Alec Bodganovic

Editore: Rogas Edizioni

Anno: 2020

L’ansia la conosciamo tutti, forse un po’ superficialmente. Chi di noi si è mai preso la briga di analizzarla nel profondo, di guardarla negli occhi, di portarla fuori a cena? Noi sappiamo che lo ha fatto Alec Bogdanovic scrivendo un’irriverente romanzo (o autobiografia?) sulla relazione del protagonista (o dell’autore?) con l’ansia, dal titolo “Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie”. Per questo lo ringraziamo, per la collaborazione, per averci dato l’opportunità di leggere questo libro e per averci fatto approfondire l’argomento.

Il protagonista, Alec, racconta il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e il suo impegno quotidiano per controllare l’ansia, sempre sull’orlo di sfociare in una profonda depressione. Lo fa raccontando episodi tragicomici che strappano una risata, ma che fanno riflettere su uno dei mali che affliggono la nostra epoca. Lo sforzo quotidiano di Alec sta nel mantenere in equilibrio gli ormoni che regolano l’ansia (ossitocina, serotonina, dopamina, ecc.) con quelli che provocano stress (cortisolo, adrenalina). Per lui non è facile mantenere questo bilanciamento, essendo di natura un tipo solitario. Il rilascio di questi ormoni, infatti, è favorito dalle relazioni sociali (se non si vuole abusare di psicofarmaci!). Dato che la conoscenza deriva dall’esperienza, per apprendere meglio come funziona questo equilibrio, Alec sperimenta, quasi clinicamente e su sé stesso, metodi sviluppati grazie all’analisi dei propri fallimenti precedenti. Questi tentativi sfociano in un susseguirsi di situazioni grottesche, come quando Alec scopre di avere un problemino “là sotto” e cerca di risolverlo radicalmente con l’aiuto del suo amico Yon Zan, che è un professionista del settore. Nel suo viaggio alla scoperta dell’ansia il protagonista, però, condividerà la sua esperienza anche con altri personaggi strampalati, ma profondamente umani.

Lo stile di scrittura è semplice e coinvolgente, non si vede l’ora di scoprire come vanno a finire le vicissitudini di Alec. Se vi cimenterete nella lettura di questo libro lasciate fuori dalla porta le buone maniere da sala da tè, perché troverete parti molto esplicite e non troppo politicamente corrette. Ve lo consigliamo se avete voglia di uscire dalla vostra zona di comfort.

Stefy e Marco

Considerazioni individuali

Stefy

Ho accettato la sfida di leggere e recensire questo libro perché molto diverso dai testi che leggo solitamente. Le prime pagine mi hanno subito spiazzata per le situazioni assurde, ma poi non sono più riuscita a posare il libro, perché tratta alcune tematiche che per la società sono ancora dei tabù, come il sesso e la depressione. Dello stile dell’autore ho apprezzato la trasparenza e la schiettezza nel mostrare le cose per quello che sono, senza ipocrisia, anche attraverso frasi molto sfrontate.

Marco

A differenza di Stefy sono più abituato a leggere testi umoristici e irriverenti. Nonostante ciò il libro di Alec Bogdanovic mi ha sorpreso per la lucidità e l’ironia con cui affronta temi sociali importanti che riguardano un po’ tutti noi, tante volte aggirati o evitati per mantenere il cosiddetto “bon ton”. Ho apprezzato davvero la capacità di creare il dubbio nel lettore su quanto ci sia di autobiografico nel libro e quanto sia, invece, frutto della fantasia dell’autore. Fantasia non così lontana dalla realtà perché offre uno spaccato sincero dei problemi di una o forse più generazioni.

“I detective selvaggi” di Roberto BOLAÑO

Avevo già espresso le mie difficoltà, la settimana scorsa, nello scegliere il libro da recensire. Dopo molte riflessioni ho optato per “I detective selvaggi”, romanzo scritto da Roberto Bolaño, pubblicato nel 1998 e vincitore, tra l’altro, di premi letterari.

La storia è ambientata a Città del Messico negli anni ‘70, dove si assiste alla nascita del “realismo viscerale”, corrente poetica di avanguardia fondata dai giovani Ulises Lima e Arturo Belano, ma anche dalla poetessa Cesarea Tinajero, personaggio assai misterioso.

L’opera è suddivisa in tre parti. La prima, intitolata “Messicani perduti in Messico (1975)”, assomiglia a un lungo racconto. Qui il narratore è il giovane Garcia Madero, insieme al quale si inizia a conoscere il mondo dei realvisceralisti. Nella seconda parte, dal titolo “I detective selvaggi (1976-1996)”, Bolaño dimostra la sua maestria con la scrittura, alternando i punti di vista dei 54 personaggi già incontrati dal lettore nella prima parte. Ciascun di loro racconta, attraverso brevi narrazioni, il proprio rapporto personale con Lima o con Belano. Esse, non disposte in ordine cronologico, hanno la forma dell’intervista o dello scorrere dei pensieri. Così il lettore può mettere insieme i pezzi del puzzle e ripercorrere la storia dei due poeti. La parte terza, intitolata “I deserti del Sonora (1976)”, ha nuovamente come narratore il giovane Garcia Madero, che racconta il viaggio intrapreso insieme a Lima e Belano per ritrovare la poetessa Cesarea Tinajero, la quale nel tempo aveva fatto perdere le sue tracce. La ricerca di questa figura è per loro importante, in quanto considerata una delle più grandi poetesse della loro epoca, scomparsa senza lasciare traccia dopo aver pubblicato alcuni scritti. È in quest’ultima parte che si sciolgono gli intrecci, raccontati nella seconda parte, della vita di Lima e Belano.

“I detective selvaggi” è per il lettore un viaggio continuo ma non lineare, pieno di intrecci e colpi di scena che tengono il lettore incollato al libro. È una strada fatta di gallerie, salite, discese, strade interrotte e strade secondarie. Prima di leggere il libro, ero spaventata dalla sua mole, ma appena iniziato sono stata subito trasportata dalla storia. Consiglio questo libro a coloro che sentono il desiderio di immergersi in un ambiente selvaggio, attraverso tante prospettive differenti (ricordate i 54 personaggi!), ma anche per sentirsi dei veri detective, pronti a risolvere misteri.

Stefy

“Avrai i miei occhi” di Nicoletta VALLORANI

Etichettare, inscatolare, ragionare per categorie. Così la mente umana si è evoluta e continua su questa linea per capire la complessità del mondo senza esserne sopraffatta. Questo dato di fatto, però, se portato all’estremo, toglie alla nostra essenza un po’ di consapevolezza nell’ammirare qualcosa per ciò che è nel suo insieme.

Questo è quel che succede se per caso si prova a catalogare in unico genere il romanzo “Avrai i miei occhi” di Nicoletta Vallorani. Ascrivibile, per semplificare, al genere della fantascienza distopica, in realtà, il libro, racconta una storia che ha molteplici sfumature. È una storia noir perché c’è un’indagine e dei crimini da smascherare. È una storia che tratta temi sociali quali l’emarginazione, la divisione in classi e soprattutto la violenza sulle donne. Il romanzo, infatti, inizia con l’immagine di un ammasso di cadaveri femminili abbandonati alla periferia di una Milano del futuro. Nigredo si troverà a indagare su questa storia e costretto a scoprire le amare verità che si celano dietro a essa. In questa avventura sarà coadiuvato dalla sua amica Olivia, tassista che conosce a menadito i segreti per districarsi in una città divisa in più parti da muri invalicabili, o quasi.

“Avrai i miei occhi” è un libro intenso. La scrittura di Nicoletta Vallorani è di rara immediatezza, evoca sensazioni e immagini nella mente del lettore. Ci si accorge subito quando chi scrive cura, oltre ai contenuti, anche lo stile di scrittura. Il non detto è utilizzato in maniera efficace, lascia libertà alla fantasia di chi legge, ma lo tiene attaccato alle pagine per scoprire cosa succede dopo.

Fantascienza e distopia, attraverso allegorie, si prestano bene, a mio modesto avviso, a comprendere meglio la realtà. Sono appassionato del genere, ma non conoscevo, come autrice, Nicoletta Vallorani, pur essendo una veterana del genere. Dopo aver letto questo romanzo faccio mea culpa. Ringrazio la Libreria Ticinum di Voghera di averla invitata all’evento “Un castello di libri” e di aver riservato uno spazio a questi generi che hanno tanto da dire anche ai non appassionati, ma che sono troppo spesso snobbati.

Marco

“Pietas” di Anna FAVARO

Titolo: Pietas
Autrice: Anna Favaro
Editore: Eretica Edizioni

Collana: Quaderni di poesia
Anno: 2020

Torniamo, con molto piacere, a parlare di poesia. Lo facciamo attraverso la silloge “Pietas” di Anna Favaro, edita da Eretica Edizioni.

Prima di iniziare a parlare dell’opera, ringraziamo l’autrice di averci dato la possibilità di leggere le sue poesie, donandoci anche un pezzettino di sé nel raccontarci l’origine del suo libro, nato nel maggio scorso in un “momento di pazzia” come a lei piace definirlo.

Scrivere poesie è come mettere le nostre emozioni e i nostri sentimenti in un frullatore: si crea una massa amalgamata senza una logica; una sorta di caos interno a cui, molte volte, vogliamo dare ordine o espressione. Il risultato, nato come dice l’autrice, “per assecondare un coraggio che fremeva dall’interno” regala alle emozioni vaganti “una casa” comune, finalmente stabile. Non è semplice scrivere testi poetici perché, spesso, il lettore non comprende immediatamente il senso del componimento, ma poco dopo lo sente arrivare, lo percepisce attraverso delle sensazioni già provate. È una gradualità che va vissuta.

Le poesie di Anna ci hanno trasmesso una voglia di esplorare la profondità. Appena lette ci sono sembrate molto particolari e ricercate; lentamente poi hanno evocato un’insieme di fotografie e immagini vivide nella nostra mente. Comprendere le opere dell’autrice non è immediato, ci vuole cura e tempo nel farlo, ma il lettore viene ripagato quando, alla fine, sente davvero quello che hanno da esprimere. Le sue poesie sono un’urgenza creativa che aveva bisogno di uscire, emozioni che dovevano essere liberate.

In “Pietas” non troviamo un filo rosso evidente che lega tutte le poesie, anche se in realtà esiste. L’autrice riesce a dipingere un percorso di consapevolezza, ancora in divenire, che parte dall’accettazione di sé, che arriva a scardinare le proprie paure, per poi far luce anche sui punti più bui del suo mondo interiore.

Alcune poesie sono lasciate senza titolo, forse per dare la libertà al lettore di darlo lui stesso, per dargli il potere di abbattere la quarta parete e fare un po’ più suo il testo.

Parlandoci dell’origine del libro l’autrice ci regala un punto di vista prezioso: “mi piace pensare che la vita ci ami e faccia il tifo per noi, in ogni caso, ma ci chiede – in cambio – di metterci in cammino”. Ecco, cosa ci indicano le poesie di Anna Favaro: un percorso, fatto di positiva accettazione, del buio e della luce, ma anche un’esortazione ad essere coraggiosi, perché questo serve per amare, amarsi e vivere in uno stato di serenità.

Stefy & Marco

Considerazioni personali

Marco

La poesia è, fra le opere letterarie, quella che si presta meglio a raccontare qualcosa di intimo, di personale; qualcosa che non diremmo mai in altro modo. Quando ho letto le poesie di Anna mi sono ritrovato in questo. Ho avuto poi, anche la sensazione che l’autrice abbia il mio stesso punto di partenza nello stendere il testo di una poesia: quello di partire da un ricordo, da un’immagine o da uno stato d’animo e raccontare attraverso i versi quello che sono stati capaci di evocare dentro di noi.

Stefy

Amo la poesia e sono sempre impaziente e curiosa di leggere opere nuove. Anche questa volta sono stata molto fortunata nei testi che mi sono trovata davanti. La prima sera che ho letto le poesie di Anna, sono andata a dormire con un ribollio di emozioni perché per ogni poesia scritta vi è stata una sensazione evocata potente. Ho avvertito sin da subito l’urgenza creativa dell’autrice, un forte desiderio di esprimersi, scoppiato come una bomba. Non appagata ho deciso di leggere il volume più volte, perché desiderosa di andare in profondità di ciascun testo. Ed è solo così che ho percepito anche i veri dettagli e mi sono ritrovata a sentire con la mia pancia e il mio cuore emozioni sommerse legate ad esperienze, luoghi, sentimenti amorosi, fallimenti, debolezze, ma anche la voglia di essere coraggiosi per amarsi, così come si è.

“Il giro di vite” di Henry JAMES

Pubblicato nel 1898, il romanzo dell’orrore di Hanry James “Il giro di vite”, rappresenta una delle più significative storie di fantasmi appartenenti al genere gotico. Inizialmente apparso a puntate, è stato pubblicato in seguito come un unico libro.

La protagonista è una giovane istitutrice che è chiamata, a occuparsi di due bambini rimasti orfani, affidati alle cure dello zio, che però non può prendersi cura di loro. L’istitutrice viene assunta a una condizione: quella di occuparsi autonomamente degli infanti, con il divieto di contattare lo zio. In seguito, la ragazza inizia a affezionarsi ai bambini e al suo lavoro, ma ben presto iniziano ad apparire in casa figure sconosciute e sinistre, che poco a poco la portano a pensare che i fanciulli siano posseduti da anime di defunti.

Lo stile del libro ha tutte le caratteristiche della letteratura gotica, sia per l’ambientazione descritta che per la presenza di fantasmi, ma anche per il senso di inquietudine legato alla presenza di forze soprannaturali. Per la sua storia lineare e pulita, ma ricca di colpi di scena, il romanzo è stato protagonista di numerosi adattamenti cinematografici, televisivi, radiofonici, musicali e persino a fumetti. L’autore è stato capace di condurre il lettore a porsi delle domande, trovandosi in una situazione in bilico tra realtà e fantasia, questo grazie all’escalation drammatica della situazione, ma anche al senso di ossessione che, nella storia, assale l’istitutrice nel voler trovare un significato agli accadimenti.

Da amante della letteratura gotica ho scelto di leggere questo libro perché attratta dalla trama e desiderosa di conoscere autori mai letti. Lo consiglio a tutti gli appassionati del genere, ma anche a coloro che, davanti ad una bella candela accesa al buio, vogliono provare qualche sano brivido di terrore, senza incorrere in incubi notturni!

Stefy

“Nudi e Crudi” di Alan BENNETT

Una sera, tornando da teatro, i coniugi Ransome si ritrovano la casa svaligiata. C’è, però, qualcosa che non quadra. Infatti, non sono stati portati via solo gli averi più preziosi o quelli più graditi dai ladri, è stato portato via tutto, sì proprio tutto: dai mobili alla moquette, dal forno alla carta igienica, persino lo sformato!

Così, dentro la scena, inizia “Nudi e crudi” di Alan Bennett. Senza troppi preamboli ci si ritrova nel dramma di questa coppia derubata di ogni avere. Inizialmente, i coniugi sembrano poter cadere in piedi in quanto il sinistro è coperto dall’assicurazione, ma vivendo un periodo da accampati in casa, si trovano a dover fare i conti con una vita spartana a cui, due borghesi come loro, non sono abituati. Il nervosismo si impossessa di Mr Ransome, così attaccato al passato e ai suoi beni materiali, mentre Mrs Ransome dapprima passiva e rassegnata, inizia reinventarsi, a trovare nuovi stimoli e a vivere con una maggior consapevolezza. In seguito il racconto evolverà in un susseguirsi di circostanze comiche e grottesche, condite da un umorismo tipicamente inglese, che porteranno il lettore a scoprire la verità sul furto subito dai Ransome.

Lo stile del racconto (o romanzo breve?) richiama molto i testi teatrali, infatti questa storia si presta molto a una rappresentazione scenica. Il cinico umorismo verso la middle class inglese è palpabile, quanto la riflessione offerta al lettore: come reagiremmo se un giorno fossimo spogliati di ogni bene? Forse recupereremmo dapprima il necessario, valorizzando più a fondo il significato di questo termine, mettendolo in connessione con le nostre vere esigenze. Poi faremmo una cernita di quanto abbiamo perso di superfluo, scoprendo allora che molte cose erano da noi possedute solo come status symbol o come mero sfizio.

Vi consiglio di leggere questo testo e a portare con voi le riflessioni che suggerisce tra le sue righe comiche e grottesche. Se lo avete letto, invece, cosa ne pensate?

Marco

“La cucina del buon gusto” di Simonetta AGNELLO HORNBY e Maria Rosario LAZZATI

“Cucinare ci fa sentire umani”

Ecco la frase che ho letto sulla quarta di copertina la prima volta che ho preso in mano questo libro, perché attratta dal tema mi sono fatta trasportare dal cuore. Infatti, da sempre sono amante della cucina, tanto da essermi appassionata a lei da bambina, aiutando mia nonna a selezionare le verdure nell’orto o creando con lei dei buoni risotti, ma anche guardando mia mamma destreggiarsi con mani abili e capaci di dar vita nuova al cibo.

Ho iniziato a leggere questo libro con calma assaporandolo in ogni sua parte. Al suo interno si intrecciano i ricordi di infanzia e di vita delle autrici, uniti a considerazioni sul ruolo sociale e conviviale della cucina. Non mancano poi le buone regole della tavola e dell’accoglienza degli ospiti, nonché riflessioni profonde sulla consapevolezza legata all’acquisto del cibo, alla sistemazione della dispensa e alla consumazione dei pasti, perché il cibo e la cucina non sono solamente un mezzo per sopravvivere, ma un atto di amore verso noi stessi e verso i nostri ospiti.

Le autrici sono state capaci di amalgamare i vari argomenti con maestria, con un linguaggio semplice, delicato ed evocativo, proprio come si fa cucinando un buon piatto. Tra le righe ci si perde in ricordi, ricette, consigli pratici ed esperienze personali.

Leggendo questo libro mi sono sentita a casa, mi sono rivista fare la spesa, curare ogni ingrediente. Mi sono immaginata quando scelgo una verdura e progetto i piatti che posso fare con quello che ho in frigorifero, inventando quelle che io chiamo le “ricette del riciclo”. Mi rivedo con la mia famiglia e i miei amici che si sorprendono di fronte a nuovi accostamenti, contenti di assaporare ciò che ho cucinato.

Consiglio il libro a tutti coloro che hanno voglia di curiosare nei nostalgici ricordi culinari delle autrici e magari rievocare con dolcezza i propri, ma soprattutto a coloro che hanno sempre considerato la cucina un semplice atto meccanico, perché da questo libro si può imparare tanto e riconoscere che, invece, cucinare è un atto d’amore.

Stefy

“Flatlandia” di Edwin A. ABBOTT

Immaginate di essere un quadrato che vive in un mondo piatto, sì proprio su quel piano che avete studiato in geometria a scuola. Immaginate di essere fatti soltanto di due dimensioni e di vedere solo linee e punti. Questa è la prospettiva che ci offre Edwin A. Abbott in Flatlandia, un mondo popolato solo da figure geometriche bidimensionali.

Nella prima parte del romanzo sono illustrati gli usi e costumi, i metodi di riconoscimento, la rigida suddivisione in classi sociali e la storica rivoluzione del colore repressa con violenza. Nella seconda parte invece è raccontata la scoperta, da parte del protagonista, di una terza dimensione, e del viaggio intrapreso in Spaziolandia.

La descrizione degli usi e i costumi e dei metodi di riconoscimento ci immergono interamente in mondo a due dimensioni. Questo ci fa sentire più vicini alle sensazioni del quadrato protagonista, in modo da poter immaginare come si vive, si vede, ci si sposta e ci si relaziona a Flatlandia. Infatti, è descritto in maniera minuziosa come una figura geometrica vede le altre e come fa a riconoscerle “palpandole”.

A Flatlandia l’appartenenza a una classe sociale è data dal numero dei lati: gli operai e i soldati sono triangoli isosceli, stupidi e pericolosi; i triangoli equilateri sono della classe dei commercianti; il ceto medio e rispettabile è rappresentato dai quadrati, e così via fino ad arrivare all’élite della società: i cerchi, o meglio i poligoni con così tanti lati da apparire circolari, fra cui gli ecclesiastici. Le donne di Flatlandia, invece, sono semplici linee rette ai margini della scala sociale, ignoranti e devastanti perché la loro conformazione permette di infilzare le altre figure geometriche.

La rigida organizzazione sociale fu messa a dura prova dai rivoluzionari del colore, che ebbero l’idea di far crollare le distinzioni con una proposta di “legge per un colore universale”. Tentativo però represso brutalmente da parte dei poligoni più conservatori.

La seconda parte del libro ci porta a sperimentare nuove dimensioni con gli occhi del quadrato protagonista. In una visione onirica dapprima conosce Linealandia, una linea retta abitata da punti, poi, destatosi, incontra una sfera che gli farà conoscere la terza dimensione.

Flatlandia è un libro poliedrico dallo stile talvolta tecnico, dai molti significati allegorici, geniale dal punto di vista della prospettiva geometrica. Un’accusa alla società ottocentesca inglese, chiusa, rigida, in cui le donne non rivestono molta importanza, dove il diverso, l’”irregolare” è emarginato. Tuttavia, la cosa più importante che ci dice è, a mio parere un’altra: che tutti abbiamo una prospettiva limitata. Il quadrato deride il re di Linealandia perché non riesce a concepire una seconda dimensione, ma a lui accade la stessa cosa quando per la prima volta incontra la sfera che gli fa scoprire la terza dimensione. Questo è ciò che accade anche a noi quando pensiamo a prospettive molto diverse dalla nostra, che ai nostri occhi possono apparire inconcepibili.

Marco.

“Circe” di Madeline MILLER

La maga Circe, è da tutti conosciuta come semidea della mitologia greca, potente maga, seduttrice di uomini e spietata incantatrice. Figlia di Elio, Dio Sole, e della ninfa Perseide, dimorava nell’isola di Eea. Come racconta Omero nella sua “Odissea”, Circe ammaliava i navigatori cantando, li accoglieva sulla sua isola offrendo loro del buon cibo, per poi trasformarli in maiali. Vittime illustri furono i compagni navigatori di Ulisse, con il quale pare abbia vissuto una relazione amorosa, conclusasi con la partenza del famoso eroe.

Noi comuni mortali abbiamo sempre creduto di conoscere tutto sull’imponente figura di Circe. Molti invece, ignorano la sua storia, specialmente quella passata, che l’ha resa uno dei personaggi più complessi ed enigmatici della mitologia greca. Nel libro scritto da Madeline Miller, potete immergervi in una storia descritta in pagine che difficilmente riuscirete a lasciare.

Sin dalla nascita, Circe, si è dimostrata una bambina, poi giovane donna, indipendente, autonoma e con un carattere difficile da contenere; allo stesso tempo però, è emerso il suo passato fatto di abbandoni e sofferenze, ma anche la sua sensibilità verso la vita dei mortali. Ma Circe è anche conosciuta per vivere la sua vita in modo appassionato, non sottraendosi mai alle emozioni o agli eventi che il fato le ha riservato. Durante la lettura, troviamo davanti a noi una donna decisa, capace di prendere in mano la sua vita in un momento di profonda solitudine, l’esilio forzato sull’isola di Eea, grazie al quale riscopre ancor più se stessa e la sua forza. L’autrice del libro è stata capace di farci vedere Circe con uno sguardo differente dalla sua immagine consueta; ma soprattutto è stata abile nel scegliere la prospettiva del racconto in prima persona, utile al lettore per vedere le vicende con gli stessi occhi della protagonista.

Ho scelto di leggere Circe per poter approfondire una figura mitologica femminile di solito poco descritta, se non brevemente in volumi specifici dedicati allo studio. Il romanzo della Miller, è alla portata di tutti coloro che sono incuriositi da questa figura, infatti il lettore può assaporare ciascuna pagina senza mai annoiarsi. Anzi, il rischio è quello di non voler più posare il libro sul comodino!

Stefy

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