“Non ci sono che ombre” di Alessandra STELLA

Titolo: Non ci sono che ombre

Autrice: Alessandra Stella

Casa Editrice: Eretica Edizioni

Anno: 2020

Quest’oggi parliamo di poesia. Lo facciamo attraverso la raccolta “Non ci sono che ombre” di Alessandra Stella, che, innanzitutto, ringraziamo per averci dato la possibilità di scoprire questa silloge davvero interessante.

Se pensiamo alla prosa come un insieme di concetti ordinati, non possiamo dire altrettanto della poesia. Infatti, quando si scrive una lirica non si vuole trasmettere delle nozioni ben delineate, bensì si vuol far provare al lettore lo stato d’animo, le sensazioni così come sono, senza descriverle. A nostro parere Alessandra Stella ci riesce egregiamente.

Il filo conduttore del libro è il tormento amoroso, psichico e fisico, ma anche la voglia di riscatto e di rinascita dalle ceneri. Tra le righe, si legge infatti, nella disperazione, anche il desiderio di liberarsi da una relazione tossica che dà solo l’illusione del benessere.

Ciascuna poesia è un condensato di sentimenti diversi, talvolta contrastanti. In Umami il lettore percepisce la dipendenza che un essere umano può provare verso un altro, come se fosse l’unica cosa che in quel momento da “sapore” alla sua esistenza. Tropicale è capace di trasmettere, a chi non l’ha mai provata, la sensazione di pesantezza emotiva, l’incapacità di affrontarla e superarla. Ed io muoio della cura descrive il doloroso tormento che porta il rimanere ancorati al passato, in attesa che il tempo guarisca le ferite. Con Iridi ritroviamo la voglia di affidare il nostro cuore a un’altra persona e costruire. In Da me si affronta la paura di ferire una persona con i propri lati oscuri e con il bagaglio che ci si porta dietro. Fiordalisi ci parla di persone sensibili, viste nella loro fragilità e forza. Non ci sono che ombre, poesia che dà il titolo al libro, sottolinea l’inutile sforzo quotidiano di dimenticare il passato. Queste e altre poesie formano un quadro unico che sembra dipinto da un pittore espressionista astratto, per l’intensità emotiva e i tratti non troppo delineati. Lo stile di scrittura è semplice e chiaro, ma dai contenuti profondi. Il volume è adatto a chi possiede una buona dose di empatia, perché cala il lettore in sentimenti molto densi.

Considerazioni personali:

Il libro di Alessandra mi è entrato nel cuore, perché mi sono ritrovata faccia a faccia con uno dei tanti lati dell’amore, ovvero il dolore. Ho toccato con mano la scomoda potenza del passato, ma anche la dolce speranza del futuro. Nella letteratura poetica di oggi non è facile parlare di argomenti quali l’amore, la sofferenza del cuore e la ricostruzione, senza diventare banali. Alessandra è stata capace di trasmettere emozioni con spontaneità e verità donandomi un cantuccio caldo dove ho potuto accoccolarmi e accarezzare vecchie ferite, guardandole e sentendomi forte. Leggendo le liriche ho avuto come l’impressione che qualcuno fosse seduto di fronte a me e si stesse confidando, mettendosi a nudo. Consiglio questa raccolta poetica a tutte le persone che non sono spaventate dal dolore del cuore e che hanno voglia di osservarlo con i propri occhi, magari perché incuriositi, o perché bisognosi di non sentirsi soli, ma anche per poter finalmente rinascere.

Stefy

Ogni tanto scrivo poesie e devo dire Alessandra mi ha trasmesso ciò che provo anche io: lo scorrere delle sensazioni. Comporre poesie è come liberarsi di qualcosa che si ha dentro, che non si può esprimere in altro modo. È un’urgenza che coglie all’improvviso, magari dopo un periodo di tormento. L’intimità e la delicatezza di queste poesie mi ha riportato ai momenti in cui scrivo. Questa raccolta è capace di andare nel profondo, la consiglio a tutte le persone introspettive e sensibili.

Marco.

“Il peso della farfalla” di Erri DE LUCA

Quest’oggi vorrei parlare del conflitto uomo – natura. Come sappiamo l’uomo è il predatore più spietato della Terra, è l’unico animale, come disse Mark Twain, capace di infliggere dolore solo per il piacere di farlo. A tal riguardo, possiamo chiederci fino a che punto la caccia sia una pratica volta a soddisfare un bisogno primario dell’uomo e quanto sia mero divertimento.

Tutti questi temi sono sullo sfondo nel breve romanzo di Erri De Luca “Il peso della farfalla”. Infatti, lo scrittore, ci fa assistere, per mezzo delle sue parole, al duello fra un solitario cacciatore di frodo e un maestoso camoscio. È autunno inoltrato, il freddo comincia a farsi sentire sulla montagna. Il re dei camosci è vecchio e stanco, sa che questo sarà il suo ultimo autunno, ma ciò nonostante mantiene il suo portamento regale. Anche il cacciatore è ormai anziano, e pure a lui hanno affibbiato il soprannome di “re dei camosci” per la quantità di esemplari uccisi. È la resa dei conti fra due solitari: un uomo che non ha mai capito come interagire con le donne e un animale orfano che è diventato il più imponente fra i camosci.

La penna di Erri De Luca è delicata e molto vicina alle sensazioni dei protagonisti; non indaga sulla brutalità della caccia di frodo, ma racconta il duello in chiave romantica, guardando con rispetto alla solitudine e al dolore del cacciatore e della preda. Infatti, lo scrittore, proprio attraverso la descrizione dei due duellanti, riflette su come la solitudine possa portare a sperimentare cose nuove: “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si chiude”.

Consiglio questo romanzo a tutti gli amanti della natura e della montagna, ma anche a chi volesse immergersi in una storia intensa e toccante, capace di smuovere alcune delle nostre corde primordiali.

Marco.

“Stagno” – di Claire Louise BENNET

Ho deciso di leggere “Stagno”, scritto da Claire Louise Bennet, nel momento in cui una nota booktuber l’ha definito “terribile”, dando al libro una connotazione negativa. Incuriosita da questa sua drastica opinione, ho scelto di immergermi subito nella lettura.

Il volume racconta alcuni momenti della vita di una giovane donna, della quale non conosciamo il nome, che ha lasciato la sua precedente vita per trasferirsi in Irlanda. L’ambientazione prevalente del libro è il cottage in cui la donna vive, un luogo intimo e piuttosto isolato. Saltuariamente, durante la narrazione, compaiono altre persone: gli amici della donna, la proprietaria di casa e il suo amante. Altre figure fanno poi da contorno, ma non divengono protagoniste della scena.

La narrazione, al tempo presente, fa emergere la quotidianità e il senso di solitudine della protagonista, ma anche il rapporto particolare con gli oggetti che popolano la casa e l’ambiente circostante. Non manca poi la descrizione dei suoi sentimenti, attraversati sempre da un senso di mancato riposo.

Approcciare al volume non è stato facile, così come comprenderne la struttura. Non è un vero e proprio romanzo, poiché non possiede una vera e propria trama; non è neppure riconoscibile come un insieme di racconti, ma può essere definito come un insieme di eventi e accadimenti narrati in prima persona dalla giovane donna. Il libro è strutturato in capitoli, alcuni brevi, altri più lunghi, che concedono al lettore la possibilità di soffermarsi sulla lettura per assaporarla e, alcune volte, per comprenderla. Il linguaggio non è sempre semplice e alla portata di tutti, poiché contiene vocaboli appartenenti a un linguaggio aulico e poco utilizzati nella quotidianità. Il ritmo di lettura, invece, molte volte è incalzante e poco costante, quasi come lo scorrere dei pensieri confusionari della protagonista. Questo porta il lettore a ritrovarsi nella mente della giovane donna, vedendo tutto con i suoi occhi. La struttura del testo è molto curata, tale da far supporre uno studio dietro alla sua composizione, somigliante a un monologo, da una parte, e a un soliloquio interiore dall’altro. Nel raccontarsi, infatti, la giovane donna, si rivolge sempre a un “tu” generico, forse il lettore o un destinatario sconosciuto.

Tema centrale del libro è la solitudine, sentimento che il lettore avverte, ma non negativamente. Infatti, essa diviene capace di far apprezzare alla protagonista la semplicità e l’oggettività di ogni cosa, che appare “così com’è”. Vi è molta attenzione agli oggetti e alle particolarità, che molte volte ci si dimentica di valorizzare.

Personalmente sono stata subito attratta da questo libro così bizzarro e altrettanto positivamente fuori dagli schemi. La lettura è stata piacevole e ho apprezzato molto la sua struttura somigliante a un monologo. L’autrice inoltre, con il suo stile di scrittura è stata capace di suscitare in me sia una sensazione di confusione, ma anche di stimolo a comprendere maggiormente la protagonista, rendendomi un lettore attivo e partecipe. Ho sentito poi rimbombare i pensieri della giovane donna, avvertendo la sua inquietudine, probabilmente dovuta a qualche evento poco piacevole accaduto nella sua vita che però rimane celato da un alone di mistero.

Alcuni hanno definito questo libro un “labirinto” e io non posso che trovarmi d’accordo. Consiglio la lettura a coloro che non hanno paura di perdersi e che hanno la voglia di riflettere sugli aspetti bui dell’animo umano, ma anche per ritrovare la propria strada valorizzando le cose semplici e lasciando fluire i segreti più dolorosi che molti di noi conservano.

Stefy

“L’anulare” di Yoko OGAWA

Ho scelto questo piccolo libro in un momento in cui avevo deciso di uscire temporaneamente dalla mia zona di sicurezza letteraria. Nella mia vita da accanita lettrice non mi ero mai approcciata alla conoscenza degli scrittori giapponesi. Dopo aver visto una recensione di questo libro, ho voluto curiosare tra le sue righe.

La protagonista di questo volume è una giovane ragazza alla ricerca di un’occupazione. Girando per le vie della sua città, si ritrova davanti a un annuncio di lavoro presso un piccolo ufficio, diretto dal rigoroso signor Deshimaru.
Subito viene assunta per il nuovo incarico, che consiste nell’accogliere le persone che si recano in ufficio a depositare un loro oggetto per farlo trasformare, dalle abili mani del signor Deshimaru, in un “esemplare” da cui il cliente può recarsi ogni volta che sente il desiderio di osservarlo.
La giovane ragazza, poi, ha un tratto distintivo, una perdita che l’ha contrassegnata, ovvero l’assenza di una piccola parte di anulare sinistro. Il suo “pezzetto di carne a forma di conchiglia”, perduto a causa di in incidente accaduto nella fabbrica dove prima lavorava.
A poco a poco, la ragazza verrà inglobata dall’atmosfera misteriosa e silenziosa del laboratorio, ma anche dal fascino che suscita in lei l’enigmatica figura del signor Deshimaru.

Nonostante la brevità, il libro è caratterizzato da una trama surreale e coinvolgente. Lo stile di scrittura è chiaro, pulito e l’edizione molto curata.
L’autrice, Yoko Ogawa, ripone in poche pagine un tripudio della sua scrittura straniante, imponente e ossessiva, descrivendo i dettagli senza mai arrivare alla volgarità di stile.
Il libro è un condensato di autorevolezza e pensiero riflessivo.
Della protagonista mi ha colpita il fatto che sembra muoversi all’interno della storia in modo inconsapevole, senza sapere realmente ciò che sta facendo.
Inoltre, ho notato la totale assenza del concetto di amore e sentimento per i personaggi e lo potrete capire in una scena precisa del racconto.

Curiosità sull’autrice:
Yoko Ogawa, è considerata un’autrice post-modera, famosa per avere una visione pessimista del romanticismo, nonché per la sua abilità nel sondare gli aspetti psicologici più profondi e cupi dell’animo umano.
Le sue storie, spesso narrate in prima persona, posseggono elementi reali e sovrannaturali, spiegati con uno stile sobrio e minimale.

Nella mia vita da lettrice, ho sempre pensato che la letteratura giapponese non facesse per me, snobbandola, e commettendo questo piccolo errore. Ho voluto iniziare con questo libro perché, sin da subito, sono stata incuriosita dalla trama. Mi ha affascinata l’idea del fare di un semplice oggetto un “esemplare”. Come se ciascuno di noi possedesse un cimelio prezioso, ma troppo doloroso da avere davanti agli occhi quotidianamente e per questo portandolo in un luogo dove poterlo osservare all’occorrenza quando se ne sente la mancanza.
Sono stata felice di poter accedere a dimensioni emotive diverse e particolari. Questo libro è stato capace di cambiare la mia prospettiva rispetto alla letteratura giapponese e vedo l’ora di cimentarmi in altri libri delle stessa autrice o di altri autori.

Stefy

“Vincent Van Love” di Ernesto ANDERLE

In questi giorni di caldo, nuvole e Sole, mi sono immerso di nuovo, come non succedeva da tempo, nella natura. I campi si sono dorati di grano, la lavanda ha coperto di viola le colline e i girasoli sono esplosi dipingendo di giallo tutto il possibile. In questa atmosfera mi sono ritrovato a pensare ai quadri di Vincent Van Gogh, al suo rapporto speciale con la natura. Proprio questo aspetto, bucolico e romantico del pittore, è mostrato nelle illustrazioni di Ernesto Anderle in “Vincent Van Love”.

La vita di Vincent è ripercorsa dai disegni, contornati da alcune frasi tratte dalla fitta corrispondenza col fratello Theo. Le tonalità e colori mettono in evidenza gli stati d’animo dell’artista sia nei momenti felici che in quelli tristi, tanto da trasmettere al lettore gli stessi sentimenti provati da lui.

Le sfumature dei campi e dei tramonti ci trasmettono a volte malinconia, ma nella natura troviamo anche la gioia di vivere. L’autore di questa graphic novel vuole fare leva su questo aspetto di Van Gogh, sul suo lato solare e attaccato alla vita, al suo amore per i campi di grano, i girasoli e le stelle.

Troppe volte il pittore fiammingo è ricordato come un folle e un disperato, senza tenere conto della sua sensibilità, che in questo libro viene invece valorizzata. Sensibilità che appartiene anche a Ernesto Anderle, se non lo conoscete andate a vedere le sue pagine Instagram: @vincentvanloveofficial, dedicata a Van Gogh e @robyilpettirosso dove potete trovare le sue romantiche illustrazioni.

“Non è tanto il linguaggio del pittore che si deve sentire, quanto quello della natura”

Marco

“Dracula” – di Bram STOKER

Nel 1897 esce la prima edizione di “Dracula”, romanzo scritto da Bram Stoker.
Ibrido tra alcuni generi (gotico, horror e romanzo epistolare) il libro è ambientato nell’anno 1890 in Transilvania e in Inghilterra.

“Dentro, stava un vecchio alto, accuratamente sbarbato a parte i lunghi baffi bianchi, vestito di nero dalla testa ai piedi, senza una sola macchia di colore in tutta la sua persona” ( da “Dracula”, capitolo II, Diario di Jonathan Harker) .
Viene descritto così l’enigmatico protagonista durante il suo incontro con l’avvocato Jonathan Harker, inviato dal suo capo in Transilvania, per concludere l’acquisto di un’abitazione di un nobile Conte nella città di Londra.
Harker viene in contatto con le superstizioni della gente locale, i quali, spaventati, gli sconsigliano di recarsi dal Conte, che lui conosce inizialmente come un anziano dai modi gentili.
Da questo incontro, inizia il cambiamento della sua vita, che condurrà lui, la moglie e altri protagonisti in un’avventura cupa e caratterizzata dalla lotta contro il tempo.

Scritto con uno stile calzante e curioso, rappresenta uno degli ultimi esempi di romanzi gotici; conduce il lettore in atmosfere oscure, trasmettendo ampiamente l’angoscia dei protagonisti, continuamente perseguitati dalla figura di Dracula.

Sembra strano, ma in tanti anni passati da lettrice, seppur appassionata del genere gotico/horror non avevo mai preso in mano questo volume che giaceva nascosto in libreria. Consigliatomi da Marco, ho trovato una piacevole sorpresa. Quando leggo amo molto lasciar fluire la mente, accompagnando le parole ad immagini visive. In questo caso la più bella è stata quella del castello di Dracula, abbarbicato lassù, sulle montagne della Transilvania; ho immaginato il cielo nero, tempestoso e ho avvertito l’ululare dei lupi. Ma ciò che ho sentito maggiormente leggendo il libro è l’angoscia dei personaggi di fronte al Conte, capace di presentarsi improvvisamente nelle ore notturne per espropriare gli essere umani del sangue, energia vitale della loro esistenza.
Mi sono gustata il romanzo a poco a poco e lo consiglio a tutti gli amanti del genere che hanno voglia di godersi un grande e coinvolgente classico della letteratura.

Ma ecco qualche piccola curiosità sul libro: alcuni pensano che Stoker, abbia tratto ispirazione per il suo protagonista dalla figura di Vlad III, Principe di Valacchia, figlio di Vlad II, investito dell’Ordine del Dragone (da qui l’appellativo di “Draculea”- figlio del dragone- o figlio del demonio). Altri ancora, ritengono che abbia preso spunto dalla morte di una giovane ragazza inglese e di alcuni suoi famigliari, deceduti dopo aver avuto come sintomi la perdita di appetito e un marcato pallore. Pare che, alla riesumazione dei corpi, quelli dei famigliari furono trovati decomposti mentre quello della giovane donna completamente intatto, tale da indurre il padre della stessa a conficcarle un paletto di legno nel petto e bruciare il corpo.
Stoker pare abbia scelto la Transilvania perché nessun altro luogo si presentava più adatto di questa nell’accogliere, all’epoca, il passaggio di culture diverse, così come caratteristica principale del Conte Dracula stesso.
Inoltre, si narra che la storia abbia avuto origine da un incubo avuto da Stoker dopo una scorpacciata di gamberi.
Insomma, tante sono le curiosità che coinvolgono questo libro, diventato anche un punto fermo sia dal punto di vista storico, ma anche cinematografico e televisivo.
Un capolavoro letterario di altri tempi che non è destinato a scomparire, rimanendo sempre attuale.

Stefy

“La Luna e i Falò” di Cesare PAVESE

Tornare a casa fra le colline e rendersi conto che non è mai stata casa tua. È questa la sensazione che prova il protagonista de “La Luna e i falò” di Cesare Pavese. Di lui conosciamo solo il soprannome: “Anguilla”. Sappiamo che è un orfano, un “bastardo” che non conosce il luogo dove è nato, ma solo quello dove è cresciuto, dove è stato adottato. Dopo aver fatto fortuna a Genova e poi in America decide di tornare, nell’Italia liberata, a respirare di nuovo l’aria della campagna basso piemontese. Lì ritrova l’amico Nuto, suo punto di riferimento di sempre, e inizia a ripercorre i ricordi tristi dell’infanzia, notando che tutto sommato nulla è cambiato. Apprende poi dall’amico la sorte atroce che la vita e la guerra hanno riservato alla persone che conosceva.

La storia è raccontata in prima persona dal protagonista, che si lascia andare a un flusso di ricordi sia d’infanzia che di vita. Il senso di inadeguatezza, la sensazione di non avere un posto nel mondo è palpabile in tutto l’arco del libro. L’autore vuole trasmetterci l’importanza della famiglia, di avere un senso di appartenenza verso quei luoghi che sono per noi “casa” e quale può essere lo stato d’animo di chi non li possiede.

Cesare Pavese ci ha regalato un romanzo malinconico e struggente che pian piano entra nel nostro profondo, facendoci domandare quali sono le persone e i luoghi a cui siamo più legati.

Marco

“L’Albergo dei Poveri” di Tahar BEN JELLOUN

Il protagonista, uno scrittore marocchino, decide di dare una svolta alla sua vita partendo per Napoli, dove è stato invitato a scrivere un libro sulla città. Sposato con una donna per la quale non nutre più amore, desidera cambiare la propria vita.
Giunto a Napoli, arriva all’Albergo dei Poveri, ex ricovero per bisognosi, dove incontra una anziana signora con la quale stringe un legame particolare.
Questo lo porta a entrare in confidenza con lei, a raccontarsi, a fare riflessioni su di sé e sulla ricerca dell’amore. Al riguardo parla di una donna, ma lascia un alone di mistero, tanto che non si capisce se la stessa esista realmente o sia frutto della sua immaginazione.

Il libro porta il lettore ad immergersi in storie di persone invisibili o immaginarie, viaggiando dalla meravigliosa Marrakech alla stupenda Napoli. L’autore è capace di farci riflettere sull’amore e sulla potenza della scrittura, utilizzando un linguaggio elegante e profondo.
In una sera d’estate, in un piccolo mercatino dell’Oltrepò Pavese ho visto questo libricino nascosto tra i volumi più corposi.
Incuriosita da questo autore marocchino, del quale nulla avevo mai letto, sono stata subito attratta dalla storia divisa tra due culture, quella marocchina e quella napoletana, ma anche per i temi trattati.
Non ne sono rimasta affatto delusa e questo primo approccio è stato utile a scoprire altri bellissimi libri dello stesso autore.
Tahar Ben Jelloun è uno scrittore, poeta e saggista marocchino, particolarmente conosciuto per i suoi scritti inerenti alle tematiche dell’immigrazione e del razzismo.
Attraverso la sua scrittura colta e delicata, riesce a coniugare la tradizione araba con la narrativa moderna.
Per questo consiglio molto questo libro a coloro che sono alla ricerca di uno scritto scorrevole ma con contenuti riflessivi. Non rimarrete delusi dalla strana ma profonda storia in cui sarete condotti.

Stefy

“Don Camillo” di Giovannino GUARESCHI

Le opere di Giovannino Guareschi sono troppo spesso dimenticate quando si parla dei grandi classici della letteratura italiana. Non le troviamo mai a scuola nel programma di lettere. Io, invece, le ho sempre trovate di una rara originalità. Ho persino inserito Guareschi come autore nella tesina di italiano della maturità (ormai sono passati diversi anni, ma lo ricordo con piacere).

“Don Camillo” è il libro simbolo della produzione dell’autore che dà inizio al ciclo di “Mondo Piccolo”. Un romanzo a episodi composto da tanti piccoli racconti, usciti dapprima sulla rivista “Candido” e poi riuniti come capitoli in un libro unico dall’editore Rizzoli nel 1948. Le vicende, note ai più grazie ai capolavori cinematografici, narrano delle aspre battaglie politiche del secondo dopoguerra, in un paesino non specificato della bassa parmense, con protagonisti il parroco Don Camillo, il sindaco Peppone e il Cristo crocifisso. Don Camillo è l’arciprete del paese, orgoglioso e burbero, sempre in lotta con i soprusi dei “rossi”, ma guidato nelle sue azioni e corretto nei suoi errori dalla voce del Cristo dell’altare maggiore. Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, è il meccanico del paese, capo dei comunisti, divenuto sindaco alle ultime elezioni. Testardo e ingenuo, amico e nemico di Don Camillo trova sempre un punto di incontro con quest’ultimo per il bene della gente, non senza passare da dispetti e ripicche dettate dalla faziosità politica.

Lo stile dell’autore è più ricercato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Lui stesso dice di utilizzare un lessico molto semplice (“io, nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole”), ma poi leggendo si capisce che il linguaggio è molto curato. La sua carriera di scrittore è nata forse per caso: facendo il cronista stava in giro da mattina a sera in bicicletta a cercare fatti da raccontare, ma poi conobbe una ragazza che impegnò molto i suoi pensieri e si ritrovò alla sera a inventare fatti di cronaca per riempire il giornale. Questi fatti fantasiosi ebbero molto successo fra i lettori, perché erano “più verosimili di quelli veri”. È questo lo stile che troviamo in “Don Camillo”: fatti di cronaca inventati che un po’ prendono e un po’ danno al vero.

Leggere queste storie o guardarle attraverso i film mi ha sempre trasmesso un grande senso di sicurezza, di conforto. Forse perché raccontano di gente divisa dall’ideologia, ma unita nella ricostruzione. Di nemici, che diventano amici di fronte alle avversità. Perché, si può essere di opinioni diverse, ma se si hanno dei sani valori, non si può che essere d’accordo sulle cose essenziali.

Marco.

“Il cavaliere inesistente” di Italo CALVINO

Oggi vorrei parlare di un romanzo che ho riletto poco più di un anno fa. A volte trovo difficile leggere per una seconda volta un libro, anche quelli che mi sono piaciuti molto. “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino, invece, l’ho riletto con piacere.

L’ambientazione è storica, con elementi fantastici. Ci troviamo tra le truppe dell’esercito di Carlo Magno, impegnate in guerra contro i mori. Tra i suoi paladini scintilla un’armatura bianca e pulita, è quella di Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez. Segni particolari: non esiste, la sua armatura è vuota. Egli è tenuto in vita solo dalla sua forza di volontà, dalla sua dedizione alle regole, dal suo essere paladino di Francia. Infatti, nel corso della storia, quando sarà messo in discussione il suo rango di cavaliere, egli dovrà cercare di riaffermarlo con tutte le sue forze per non dissolversi. In questa avventura, Agilulfo, è accompagnato dallo stralunato Gurdulù e dal giovane Rambaldo. Gurdulù è uno strampalato che Carlo Magno gli affida come scudiero dopo una visita a un villaggio e che, al contrario del cavaliere, c’è ma non sa di esserci. Rambaldo è un giovane che arruolatosi nell’esercito per vendicare la morte del padre per mano dell’argalif Isoarre, finisce per ardere d’amore per la bella guerriera Bradamante, la quale però è innamorata di Agilulfo.

La storia è raccontata in terza persona da una misteriosa suor Teodora. Il linguaggio dell’autore è semplice e diretto, arricchito da termini medioevali per rendere palpabile l’ambientazione storica. Le scene, anche quelle di guerra, sono goffe e surreali, raccontate con ironia e molti spunti di riflessione.

Troviamo, infatti, molti argomenti che sono ancora attuali, nonostante sia un romanzo di oltre mezzo secolo fa. Parlando del medioevo Calvino scrive questa frase: “Era un’epoca in cui la volontà e l’ostinazione d’esserci, di marcare un’impronta, di fare attrito con tutto ciò che c’è, non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla – per miseria o per ignoranza o perché invece tutto riusciva loro bene lo stesso – e quindi una certa quantità ne andava persa nel vuoto”.

Non trovate forse delle analogie con la realtà odierna? La nostra società si tiene in vita con molte apparenze, trascura i propri valori, dando più importanza al superfluo che al necessario.

Marco

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